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Una memoria per emigranti

settembre 28, 2007 9:57 am

Ho letto da poco un bel libro di Carlo Silvano: Una memoria per emigranti, primo volume della collana Questioni di identità.

copertina libro


Inutile dire che il volume mi interessava particolarmente, visto la tematica affrontata.
Ecco una breve scheda:

Il volume – che fa parte della collana “Questioni di identità” e gode del patrocinio morale dell’Associazione culturale “Nizza italiana” – offre diverse interviste come a don Canuto Toso, che ricostruisce la storia dell’Associazione Trevisani nel Mondo da lui stesso fondata, e a mons. Antonio Riboldi, vescovo emerito di Acerra, il quale parla della sua lunga esperienza umana e sacerdotale maturata vicino agli emigranti – nativi di Santa Ninfa nel Belice – stabilitisi in Paesi come Germania, Svizzera, Stati Uniti d’America, Canada e Venezuela.
Il volume contiene anche un’intervista allo storico svizzero Cesare Santi che parla dei fenomeni migratori che nei secoli scorsi hanno investito le valli della Mesolcina e Calanca (cantone dei Grigioni, Svizzera italiana), mentre con un’’intervista a Regina Cimmino, profuga istriana, si racconta l’esodo degli italiani che hanno dovuto abbandonare l’Istria e la Dalmazia per sfuggire ai massacri compiuti dai miliziani di Tito.
Il volume si chiude con due saggi: nel primo la giovane antropologa elvetica Michela Nussio mette l’accento sulle peculiarità culturali e linguistiche della Val Poschiavo, etnicamente italiana ma compresa in territorio svizzero, mentre nel secondo saggio, a firma del magistrato Domenico Airoma, si esaminano alcuni aspetti dell’immigrazione islamica profondamente in contrasto con i valori del Vecchio continente.

Io mi sono avvicinato a questo libro con la curiosità di un bambino di fronte ad una porta chiusa: i motivi sono tanti, ma il principale è senza dubbio la mia condizione di “emigrante della new economy” o emigrante 2.0 se volete. E mi chiedo spesso cosa abbia voluto dire per i nostri nonni emigrare.. di certo non quello che ha voluto dire per me.

Il volume curato da Carlo Silvano analizza tramite racconti e testimonianze diversi aspetti del fenomeno della migrazione “per fame”, alcune forse troppo limitate ad un analisi statistica piuttosto che sociologica o intimista, ma sempre con estrema chiarezza e scorrevolezza.

Ma la cosa più bella del libro (e vi assicuro che non è un paradosso) è l’introduzione, scritta dallo stesso curatore, dove vengono trattati due temi a me molto cari, l’integrazione e l’identità.

In un passo dell’introduzione si legge:

La vera “integrazione” è dunque quella di soggetti che, consapevoli della propria identità culturale e religiosa, si sforzano di assimilare tutta la normativa della convivenza civile e politica del Paese ospitante senza, però, divenire come gli “altri”

E ancora:

… l'”identità” non è un qualcosa di statico, ancorato a schemi mentali anacronistici, ma è invece un processo di maturazione che si evolve nel tempo e che […] si alimenta attingendo alle novità che la società accogliente offre, così che anche la “memoria” non sia semplice nostalgia..

Le analisi di Silvano sono azzeccate, e rispecchiano a pieno il mio modo di intendere l’identità e l’integrazione (e ancora più importante, il rispetto di chi ti accetta e ti ospita).

E in qualche modo l’autore riesce, proprio in questa introduzione, ad estendere il discorso emigrazione anche alla mia generazione, con una considerazione tanto semplice quanto rivelatrice:

Anche se l’idea che comunemente si ha dell’emigrante è quella di una persona sola, che possiede solo una “valigia di cartone” e non può offrire che la forza delle proprie braccia, non va sottovalutata la grande potenzialità di valori e stili di vita di cui è portatrice, che possono arricchire la società disposta ad accoglierla, a condizione, però, che l’emigrante stesso abbia una conoscenza della propria identità e memoria della priopria storia personale e della comunità di origine.

Una nota ulteriore a sostegno di questo volume, è la parte dedicata all’Istria e alle fobie, triste storia troppo spesso dimenticata.

Il volume costa 10 euro, sinceramente sono tutti spesi benissimo, ed è stato “patrocinato” da un’organizzazione da un nome tanto simpatico 🙂 “Nizza Italiana”: non vi preoccupate.. niente di nazionalistico o insurrezionista.. lo scopo di questa associazione è promuovere la cultura italiana nelle regioni a storia italiana, come Nizza appunto, per ribadire l’importanza di mantenere e conservare la memoria storica e culturale come base per integrarci con gli altri e sviluppare nuove identità.

Se avete problemi ad ordinarlo seguendo il link iniziale, potete mandare una mail a centrostudipaoli@libero.it. Dite pure che vi mando io 🙂

7 risposte a “Una memoria per emigranti”

Agostino ha scritto un commento il ottobre 1, 2007

Il libro di Carlo Silvano è la degna prosecuzione del suo pregevole impegno letterario. Nel libro vi è un saggio del magistrato Domenico Airoma, nel quale vi sono appunti significativi sulla intolleranza religiosa.

Carlo ha scritto un commento il ottobre 10, 2007

caro Andrea,

grazie per questa bella recensione che trovo nel Tuo blog.
Tra l’altro il saggio del magistrato Domenico Airoma citato da Agostino, merita attenzione soprattutto dopo la decisione del Prefetto di Treviso di “legalizzare” il burqa.
Una decisione che non tiene conto del fatto che molti immigrati non hanno alcuna intenzione di adeguarsi alle leggi del nostro Paese, e – come sono in tanti oramai a sostenere – in applicazione di una falsa interpretazione di quello che è la tolleranza, hanno la pretesa che dobbiamo essere noi a doverci adattare alla loro mentalità e civiltà.
La questione del burqa – ne sono convinto – non è altro che un nuovo passo per salvaguardare le pretese dei singoli a danno dei fondamenti etici di un’intera comunità. E in Germania – come dice Domenico Airoma a pag. 87 – un giudice donna di Francoforte è arrivata addirittura a rigettare la richiesta di una musulmana di divorziare dal marito che la picchiava, sostenendo che per la cultura musulmana non è inusuale che il maschio eserciti il suo diritto di disciplina, e di questo la richiedente, una donna nata in Germania, doveva essere consapevole quando ha sposato l’opponente.
Anche da questo blog mi permetto di consigliare al prefetto Capocelli la lettura del libro “Infedele” della scrittrice somala Ayaan Hirsi Ali, una donna somala eletta anche nel Parlamento olandese e che conosce bene la presenza islamica nei Paesi Bassi. Ayaan Hirsi non si sbaglia quando afferma che in merito all’integrazione dei musulmani la politica olandese ha commesso dei grossi errori e non si può essere tolleranti per ottenere consenso, soprattutto se poi quel consenso è sostanzialmente “vuoto”. In merito al multiculturalismo olandese e al suo rispetto per la cultura musulmana, Hirsi ha scritto: “La cultura degli immigrati veniva preservata a spese delle loro donne e dei loro figli, e a discapito della loro integrazione nel Paese. Molti musulmani non si sforzavano nemmeno di imparare l’olandese e respingevano i valori di tolleranza e libertà personale del Paese che li ospitava” (pag. 275).
Vogliamo avviarci anche noi a fare gli stessi errori di tedeschi e olandesi?
Carlo Silvano

Gennaro Piccolo ha scritto un commento il ottobre 11, 2007

il confronto con l’islam deve essere leale e serrato. non
bisogna rinunciare
ai progressi fatti a favore della donna: il rispetto per le
idee altrui e la
tolleranza (in senso illuministico) non significano
accettazione integrale
anche di ciò che non si può condividere.
nessuno strapperà mai il burqa dal volto di una donna, ma
bisogna dire che
il burqa non può essere accettato nella nostra cultura:
considero odioso
imporre ad un volto di non potersi mostrare. E’ una
concezione della donna
come essere inferiore che non mi appartiene.
penso che se uno stato libero impone a tutti di mostrarsi
(anche per motivi
di sicurezza) non bisognerebbe fare troppi sofismi e
paragonare il velo (che
neppure accetto, se imposto) o fare paragoni col casco mi
sembra persino
assurdo.
detto questo con molta fermezza, credo che sia sempre
opportuno unconfronto
serio e fermo: ed è esattamente ciò che non vedo. ci sono
troppi equivoci,
c’è troppa confusione, da tutte le parti. e dico
sinceramente che non hop
certezze. ma certo se consentiamo a chiunque di professare
idee e religione,
dovrebbero consentircelo anche quando ci rechiamo in un
paese diverso:
invece, non è così. e sinceramente non mi sembra giusto. lo
dico in quanto
uomo di sinistra.

ilnissardo ha scritto un commento il ottobre 11, 2007

Grazie dei messaggi. Sono molto vicino come posizione a quella di Gennaro. Il confronto manca, da entrambe le parti.
E forse manca perché è più facile evitarlo, sia per i “riceventi” che per i “ricevuti”.
Per chi riceve (la nazione) è in fondo molto più facile ghettizzare (vediamo la francia degli anni 60), tralasciando le conseguenze che questo processo potrà avere in futuro (gli scontri alla periferia di Parigi dello scorso anno).
Concordo con Carlo sull’assurdità della sentenza tedesca. Ci sono rimasto quando l’ho letta sul libro.
E oggi arriva una nuova notizia, dove un italiano diventa il protagonista: sconto di pena perché è sardo.

Se da una parte determinate culture (non facciamo gli ipocriti limitandoci alle culture islamiche, sarebbe troppo semplice) sono poco inclini all’integrazione, deve comunque essere un impegno concreto di una nazione moderna che ha bisogno di immigrati promuoverla.
E questo non si fa (solo) nelle aule di tribunale, ma nella vita di tutti i giorni. Eliminando i quartieri dormitorio, disseminando gli immigrati (regolari) nel territorio in modo da metterli in contatto con persone di tradizioni e culture diverse. Sempre rispettando i loro valori, senza per questo perdere di vista la legalità o il rispetto verso le tradizioni locali.

Agostino ha scritto un commento il ottobre 12, 2007

Carissimo Carlo

Oggi tutti i quotidiani raccontano la storia di
un giudice
tedesco che, nel giudicare un sardo violento, ha usato gli
stessi parametri
di giudizio (razzisti) descritti da Airoma a pagina 87 del
libro sull’emigrazione.

La citazione di Airoma acquista, pertanto, una
diversa luce, che
prescinde dalla questione islamica e investe, piuttosto, la
mentalità di
certi giudici tedeschi e le leggi tedesche che consentono
loro “divagazioni
etniche”.

A rileggere l’intervento di Airoma, il punto
centrale è la
lezione che Benedetto XVI pronunciò nell’Università di
Ratisbona, una
lezione che, come ricorderai, suscitò l’irritata reazione
dei musulmani, che
si sentirono trattati come “credenti di serie B”.

Airoma definisce quella lezione “brillante”:
non condivido.

Come ricorderai, la domenica successiva il Papa
fu costretto a
ritornare sulla lezione, con un celebre intervento dal
balcone di
Castelgandolfo che, trasmesso in diretta dalla televisione,
lo mostrò
imbarazzato e timoroso nel suo intento di dissipare
l’equivoco la lui stesso
generato.

L’equivoco in questione è il rapporto tra
cristianesimo e Islam.

A mio parere, la principale differenza tra
queste due religioni
è che l’Islam è una cultura chiusa e impermeabile, che non
solo non ha
subito – ne intende subire – l’influsso di altre culture,
ma che si propone
di sopraffare le altre culture, attraverso un espansionismo
anche violento.

Il cristianesimo, viceversa, nella sua area di
insediamento
storico (l’Europa e il Nordamerica), ha subito l’influsso
della cultura
laica, cioè della ragione: dunque, ha fatto i conti con la
modernità, quella
che don Canuto Toso, parlando della Francia, a suo modo,
condanna (pagina
23-24).

Questa mia tesi, alla quale, con mia sorpresa,
ha aderito anche
l’amico professor Lorenzo Tommaselli, è più o meno il
concetto dove il Papa
voleva andare a parare a Ratisbona.

La contraddizione di fondo del Papa, che Airoma assorbe, è
la doppiezza di
una “politica estera” nella quale, in pratica, si accusano
i musulmani di
non essersi civilizzati (non avendo fatto i conti con la
ragione) e, dall’altro
lato”, una “politica interna”, rivolta agli europei e agli
americani, di
essersi secolarizzati, inseguendo un
fantomatico “relativismo etico” (l’espressione
con il quale il cattolicesimo ortodosso traduce la
parola “tolleranza”).

Don Canuto Toso sublima questa contraddizione,
la quale si
manifesta anche nell’uso dell’aggettivo “retta”: la
ragione, quando viene
tirata in ballo per fini di “politica interna” deve essere
retta, quando,
invece, deve servire per additare i musulmani
come “credenti di serie B” ( =
barbari), può anche non esserlo.

A quando una fede retta ?

Carlo Silvano ha scritto un commento il maggio 6, 2009

segnalo un articolo relativo al mio libro e alla presenza dei clandestini in Italia. E’ a questo indirizzo:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local//2080595

saluti, Carlo

Il Nissardo ha scritto un commento il maggio 7, 2009

Grazie per la segnalazione, molto interessante come sempre!

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