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Intervista a Claudio Buja, Universal Italia.

marzo 30, 2007 11:20 am

E’ comparsa oggi su Punto Informatico un’intervista a Claudio Buja, Managing Director della Universal Music Publishing (UMP).
Questa intervista arriva dopo l’intervista a Claudio Ferrante della Carosello Records comparsa nei giorni scorsi.

La base della discussione è il diritto d’autore e il copyright, soprattutto in vista delle modifiche che la direttiva IPRED2 apporterà in sede europea, con l’inasprimento delle pene legate a crimini di pirateria.

Non vi stò a commentare tutta l’intervista, abbastanza lunga e abbastanza monotona in certi passaggi, ma alcuni brani valgono la pena (nel bene e nel male).

Claudio Buja: UMP guarda, ovviamente, ad Internet con grandissimo interesse (potrebbe essere altrimenti?). Internet ha cambiato la nostra vita (e quella dei nostri figli) sino dall’età scolare, con un impatto enorme nell’apprendimento, nel lavoro, nel tempo libero. Ha creato una realtà di comunicazione e di scambio del tutto inedita e impensabile fino a pochi anni fa, basta ricordare fenomeni come YouTube o MySpace. Tutto questo, per il mondo della musica, può soltanto essere visto come un’opportunità; la novità del mezzo, peraltro, crea una situazione ancora instabile, dove l’abuso è frequente.

Ok ci siamo.. Universal si è decisa che Internet va guardata con interesse e non come un mostro da distruggere. Potrebbe essere altrimenti? Lo è stato in passato quindi direi proprio di si. Questo è bene, molto bene!
Ma per favore… non pensate di sfruttare internet per riproporre modelli di business tradizionali.. non funziona!
E comunque.. se dentro ogni frase non ci mettete “abuso” non siete contenti..

CB: La crisi del disco è dovuta ad una serie di cause, tutte confluenti nella disaffezione all’acquisto. Per chi, come me, possiede una vastissima discoteca, non è pensabile una “sostituzione” dell’oggetto, ma mi rendo conto che si tratta di una posizione poco attuale per molti.

Altro falso problema, quello della qualità: io trovo che gli appassionati possano trovare sempre qualcosa di interessante da comperare. Il problema vero è che l’accesso alla musica è ormai talmente facile, e c’è così tanta offerta di musica gratis, che spendere per l’acquisto appare quasi anacronistico.

Qui sono daccordo con il Sig. Buja. Il problema principale della crisi del disco (ATTENZIONE: del disco e non della musica!) è secondo me dovuta da una parte alla disaffezione all’oggetto materiale (io stesso compro pochissimi CD.. ogni volta mi dico che tanto li ripperei in mp3 e poi li metterei in vetrina a prendere polvere ed occupare spazio..) e da una parte dalla facilità di accedere alla musica gratuitamente per vie illegali. Sulla questione del prezzo (che ho rimosso dalla citazione) il discorso è più complesso secondo me.. quello che dice Buja è tendenzialmente giusto, ma ha tralasciato alcune cose (tipo che quando vennero introdotti i CD nonostante i costi di produzione fossero minori rispetto ai vinile, comunque il prezzo venne “imposto” a quasi il doppio di un LP) che non ho voglia adesso di affrontare.
Certo.. essere d’accordo con un discografico delle major sulla crisi del disco non è un buon segno.. 🙂

Ma credo che la differenza stia nel come combattere il problema.. Buja sono sicuro che fa parte della schiera di persone che esultano quando la RIAA mette in gattabuia i bimbetti, io credo invece che quando c’è una crisi (a prescindere dalle cause) il dovere/obbiettivo di un’azienda è quello di uscirne grazie all’analisi del mercato e a proposte nuove sia commerciali che di modello di business.

Per dare un’idea della dimensione del copyright: il fonomeccanico è meno del 10% del PPD, cioè del prezzo di un cd al rivenditore. Questo significa che un autore che scrivesse testo e musica di TUTTE le canzoni presenti nell’album, percepirebbe circa 50 centesimi per ogni copia venduta, e altrettanto l’editore che avesse la piena proprietà di tutti i titoli. Vi sembra troppo?

No..mi sembra che ci sia un problema tutto qui. Dato che il prezzo di un CD si aggira intorno ai 20 euro, se alla fine l’artista + l’editore beccano solo un euro in tutto, la domanda logica è dove vanno gli altri 19? Mettiamo pure che la produzione del supporto sia di 2 euro e altri 2 euro per il trasporto (ho esagerato, ma voglio essere comunque “buono”) si arriva intorno ai 15 euro di plusvalore. Ok c’è anche il problema dell’IVA al 20% (la musica è cultura, caro governo italiano) ma rimangono comunque una marea di soldi per copia che non si capisce dove vadano a finire. Se la distribuzione costa cosi tanto (per un CD, una cosina che pesa si e no 50 grammi), dalle poche nozioni di economia aziendale che la mia formazione di ingegnere mi ha dato, direi che è necessaria una ristrutturazione forte dei processi legati al mercato. Mi sbaglio? O forse il Sig. Buja non ci ha detto tutto (normale visto che lui stesso ammette che i meccanismi sono molto complessi e quindi ci vorrebbe un forum per spiegarci tutto..)

CB: Lo giudico un atto necessario nel cammino verso la regolarizzazione della materia. Lo spontaneismo che ha accompagnato l’entusiasmo generato dall’introduzione del nuovo mezzo – Internet – deve essere in qualche modo regolamentato in modo da non danneggiare i titolari dei diritti delle opere dell’ingegno.

Giusto. Sacrosanto. Però.. non guardiamo sempre una sola faccia della medaglia: da una parte anche i diritti dei consumatori vanno tutelati (vedere tutta la discussione sul DRM), dall’altra Internet comporta dei cambiamenti di attitudine e di modelli di business che non possono essere trascurati da chi decide di usarla per fini commerciali. Quindi se da una parte concordo sulla necessità di regolarizzare la materia, non si può pensare di regolarla solo a favore di un attore, anche l’altra parte va tutelata con una regolamentazione ad hoc, che invece ad oggi tutti stanno trascurando.

PI: I giornali e la Rete danno spesso spazio alle polemiche di molti verso la politica delle major contro la pirateria. Come risponde a quei migliaia di giovani che vedono nelle major dei colossi finanziari interessati al solo profitto?
CB: Rispondo che tutte le aziende del mondo, in qualunque campo esse operino, sono interessate al profitto, che siano major o indipendenti. C’è chi il profitto lo fa producendo BENE e chi lo fa in modo irregolare. Quando scegliete un ristorante fate un calcolo di rapporto prezzo/qualità. Questa è una buona regola da tenere sempre presente. La musica che state acquistando vi procura una soddisfazione, un piacere interiore, un arricchimento? Vale quello che costa? Perché allora chi l’ha creata, eseguita, prodotta dovrebbe essere spogliato del suo compenso? La politica delle major contro la pirateria non è solo volta a tutelare esse stesse, ma in prospettiva è una politica che difende tutti coloro che lavorano al mondo della musica.

Interessantissimo questo passo. Ancora una volta sono d’accordo con la partenza, meno in quello che si legge tra le righe e nella conclusione.
Le major (ma anche le case discografiche indipendenti) sono delle aziende. Un’azienda che non fa profitto ha fallito la sua missione. Quindi il profitto è il fine ultimo. Perfetto.
Il rapporto qualità/prezzo è un discorso che mi è particolarmente caro. Ma ora valutiamo la situazione opposta.. acquisto un CD e la musica che ascolto mi delude profondamente. In questo caso mi sembra sia del tutto legittimo che la persona che l’ha creata venga spogliata del mio compenso! Quindi il rapporto qualità/prezzo è un discorso veramente delicato.. può essere un’arma a doppio taglio.. visto che in genere un CD viene pubblicizzato usando un solo pezzo (su 10-12 che compongono l’album) e in maniera tartassante (tutte le radio, le tv, i giornali e tutti allo stesso momento.. c’è una specie di lavoro psicologico dietro..)
L’ultima frase.. io c’avrei pensato su.. non è un caso che moltissimi musicisti (anche main stream come quelli che lavorano per voi) si sono espressi in maniera negativa rispetto alla lotta (ad armi impari) portata avanti contro chi scarica musica illegalmente da internet. Quindi non sono sicuro che i loro interessi vengano cosi tutelati.. prima di pretendere di tutelare gli interessi di qualcuno è bene chiederlo…

CB: La “diffusione tecnologica”, cioè la possibilità di realizzare musica nel proprio salotto e di distribuirla tramite il web ha dato a tanti la possibilità… ma questa possibilità oggi resta una pia illusione, se esaminiamo il risultato dal punto di vista qualitativo. E noi siamo inondati da proposte dozzinali, di self-made artists che credono di essere i nuovi Vasco Rossi o De Gregori. Basta fare un giro nel Web per capire la realtà e vedere l’abisso… di migliaia di produzioni mediocri (per non dire di peggio) senza un grammo di originalità, di creatività, di senso. Osservare tutta questa attività sul web è come entrare nei milioni di blog esplosi con la rete e sperare di trovarci il nuovo Hemingway…

Ma per favore!!! Questa è una bellinata bella e buona! Non ci venga a parlare di originalità perché non è proprio il caso! Quand’è l’ultima volta che una major ha avuto il coraggio di proporre e investire su qualcuno di veramente originale? Prendiamo il panorama musicale degli ultimi 10 anni. Sono uscite 100.000 boys (o girls) band tutte sulla scia dei Take That e delle Spice Girls. Per non dire quanti cloni della Spears ci avete propinato? Se escludiamo dei rari casi (le botte di culo esistono sempre) non fate altro che cavalcare l’onda di quello che vende.
Volete qualcosa di originale? Insula Dulcamara, self production, disponibile sul web (e qui il discorso gratis o non gratis non c’entra proprio), i Both, Danilo Taddei, Rock Feller.
Se si fa un discorso di qualità della produzione, certo le produzioni fatte in casa spesso hanno delle pecche e dei difetti che le grandi produzioni della Universal non hanno, questo lo concedo volentieri, ma di originalità non ne parliamo proprio!
E’ chiaro che tra miriadi di composizioni presenti in rete non tutte sono degne, ma non mi sembra che la cosa vada molto meglio dalle vostre parti..

Il “di più” offerto da un’etichetta discografica o da un editore musicale è (o dovrebbe essere) innanzitutto la presenza di un team creativo capace di correggere, di migliorare, di consigliare il potenziale artista, magari anche affiancandolo ad un produttore o a un co-autore che ne esalti le qualità. Questo è il plus a livello creativo; promozione e distribuzione verranno poi. Ma se uno pensa di essere già meglio di Springsteen, che bisogno ha di questi consigli?

Senza parole.. leggiamo bene tra le righe. Il “di più” offerto da un’etichetta discografica sta nel prendere il lavoro di un artista (che dovrebbe essere la manifestazione del suo essere) e stravolgerlo in modo da farlo assomigliare a qualcosa che già esiste e che possa essere venduto.
E questa accusa agli artisti che si autoproducono e si autopromuovono su internet di essere tutti degli esaltati che si credono chi sa chi? Cos’è il colpo di coda della bestia ferita che si vede sfuggire la preda? La mia esperienza è che gli artisti indipendenti, soprattutto quelli di talento devo dire, sono di un’umiltà che sbalordisce, sempre aperti ai consigli e alle critiche, sempre riconoscenti quando gli viene permesso di esprimere quello che fanno. Caro Sig. Buja, si faccia un giro su comunità come Jamendo, dove ovviamente troverà tante cose di scarsa qualità, ma anche tante cose buone e originali, e guardi le critiche e le reazioni..
E poi.. ricordiamoci che voi rappresentate gente che si compra ville da sogno semplicemente facendo vedere un po di carne in TV o su un video. Gente che in 5 anni pubblica 5 album tutti uguali pur di vendere. Per favore.. un po di rispetto per la nostra inteligenza lo meno..

CB: Manca, alle major discografiche italiane, l’intuito, il coraggio, la voglia di rischiare e il senso della sfida al mercato. Quello che animava, per esempio, la RCA degli anni Sessanta e Settanta, gli anni dei primi cantautori. Molto spesso, oggi, ci si accontenta di distribuire il prodotto internazionale, che crea meno rischi, e si abdica così al ruolo creativo che il discografico (e l’editore) non dovrebbe mai trascurare.

Che bello.. poche linee sopra l’elogio della professionalità e delle capacità di scovare un talento.. ed ora tutto l’opposto!
Non solo ma con questa frase conferma la mia idea.. ad oggi se un artista nuovo, originale, talentuoso vuole fare strada nel mondo della musica e magari riuscire a farne un mestiere, l’unica possibilità sono le etichette indipendenti (che guarda caso non sono cosi interessate al DRM e allo scambio di file via internet come voi), l’auto-produzione ma soprattutto l’auto-promozione.
Gli anni sessanta, la RCA, tutte belle cose.. mettiamo su “Via Paolo Fabbri” di Guccini e beviamoci un bicchiere di rosso buono.. si stava meglio quando si stava peggio..

CB: Alle edizioni abbiamo un direttore A&R che ha il compito di ascoltare, valutare e scegliere gli autori a cui pensiamo di poter essere utili (e viceversa); la ricerca, ovviamente, si svolge anche attraverso Internet. Se si tratta di autori “puri” cerchiamo poi interpreti adatti alle loro composizioni; se si tratta di gruppi o cantautori cerchiamo di aiutarli nella ricerca di un’etichetta.

Ma come.. quegli artisti che si promuovono su Internet non erano tutti degli esaltati senza nessuna dote artistica?

Una risposta a “Intervista a Claudio Buja, Universal Italia.”

PB ha scritto un commento il marzo 30, 2007

Sono d’accordo con la tua analisi Andrea. L’ultima parte dell’intervista è un insulto. Un insulto bello e buono (e dovrebbero vergognarsi! Altro che Bum Rush the charts, qui bisognerebbe proporre uno sciopero di massa da MTV e radio commerciali, in modo da fargli perdere miliardi di dollari e mandarli tutti a casa questi deficenti) alle migliaia di artisti che non vendono il culo (scusa la finezza ma di questo si tratta) per vendere il proprio disco-spazzatura (e beh, ricordaimo che è migliorato dai super-esperti della Universal, quindi il valroe artistico è indiscutibile… Ma sparite!!!), ma pur di produrre e suonare musica originale e indipendente si sbattono personalmente in ogni dove e con tutti i mezzi per diffondere il proprio lavoro. Trovano in podcasting e web radio indipendenti un ancora di salvezza e ricevono soddisfazioni incredibili, pur non potendo vivere di musica.

Caro signor Buja, si tenga stretti i suoi vari U2, Furtado e Jay-Z. personalmente mi auguro che entro poco tempo la gente si stufi di riempire di simili boiate le proprie orecchie e passi ai gruppi indipendenti mandovi tutti sul lastrico (ma a fare la fame!)!

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